4ottobre

    Domanda REI, servizio INPS di verifica


    Il Contact Center INPS con una procedura automatizzata fornisce informazioni sullo "Stato domanda Rei" a coloro che hanno richiesto il reddito di inclusione: come funziona. Coloro che hanno chiesto il REI, reddito di inclusione e vogliono conoscere lo stato della propria domanda, hanno un nuovo servizio INPS a disposizione. Bisogna chiamare il Contact Center dell'istituto di previdenza e seguire la procedura automatica relativa allo "Stato domanda Rei", ottenendo le informazioni sullo stato di lavorazione della pratica e sui pagamenti. I numeri da contattare sono 803 164 da telefono fisso, gratuito, e 06 164 164 da cellulare. Risponde una voce registrata che chiede a quale servizio INPS l'utente vuole rivolgersi. Bisogna rispondere che si vuole conoscere lo stato di una domanda REI. Il servizio automatico a questo punto chiede i dati dell'utente (nome, cognome e data di nascita), e il numero identificativo della pratica presentata. Al termine di questa procedura, il sistema fornisce lo stato di lavorazione della pratica e le informazioni sullo stato dei pagamenti. Il REI, lo ricordiamo, è stato introdotto dal Dlgs 147/2017, ed è stato poi modificato dalla manovra 2018. Sostituisce precedenti ammortizzatori sociali, ovvero Asdi (assegno sociale di disoccupazione ) e Sia (sostegno all'inclusione attiva). Consiste in un beneficio economico accompagnato da un progetto di inclusione. E' destinato a persone con ISEE fino a 6mila euro, ISRE fino a 3mila euro, patrimonio immobiliare fino a 20mila euro (esclusa la prima casa di proprietà) e patrimonio mobiliare fino a 6mila euro, a cui si aggiungono 2mila euro per ogni componente del nucleo familiare successivo al primo, fino ad un massimo di 10mila euro.


    Big data, volume dati sul cloud a +23% all'anno.


    La fase di crescita dell'economia italiana è caratterizzata da un aumento degli investimenti delle imprese dei quali una quota rilevante - incentivata dall'iper ammortamento - accresce la digitalizzazione dei processi produttivi. Con maggiore intensità macchinari e impianti - attraverso la sensoristica - sviluppano flussi di grandi quantità di dati che vengono poi raccolti e gestiti da altre applicazioni software gestionali delle imprese. Internet delle cose, insieme ai social media e ai processi tradizionali aziendali sono le fonti di big data, asset chiave della data economy. L'economia dei dati in Italia vale 28,4 miliardi di euro, con un peso sul PIL dell'1,5% e che nel 2020 potrà arrivare - sulla base di differenti scenari di evoluzione - a pesare tra il 2 e il 3,5% del PIL. Nel 2021 il traffico dati nella Rete per la gestione di servizi cloud nel 2021 sarà 1,8 volte quello del 2018, con un tasso di crescita del 23% all'anno. Il 7,7% delle piccole imprese effettua analisi di big data, circa punto inferiore all'8,6% della media UE. Il 4,9% delle imprese italiane ha investito in tecnologie relative a big data nel triennio 2014-2016 e il 27,9% ha investito in software ed App, anch'esse generatrici di big data: l'installazione di ogni App mediamente raccoglie 6 permessi da parte degli utenti che producono elevati flussi di dati - ad esempio - su localizzazione e spostamenti, abitudini di navigazione e di acquisto, consumo dei media, ai contenuti multimediali condivisi. La maggiore propensione dell'imprese all'analisi di grandi volumi di dati si riscontra nel settore dell'Ict (+7,1 punti rispetto alla media) e dei Servizi (+1,9 punti). Cresce la domanda di figure professionali di Data scientist e Data analyst, in un contesto che registra nel nostro Paese un gap con l'UE di circa 2 milioni di forza lavoro con alte competenze digitali. Le piccole imprese, fisiologicamente, internalizzano meno queste competenze, richiedendole al mercato dei servizi offerti dalle imprese digitali, le quali mostrano un ruolo di pivot all'interno delle reti di imprese: nei Servizi digitali le imprese hanno una propensione a partecipare a contratti di rete doppia della media. La creazione di valore da big data delle imprese italiane può essere penalizzata dal gap di banda ultra larga che nel 2017 in Italia registra una copertura del 52,4% ben 27,6 punti in meno dell'80% della media Ue.